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La materia prima

Il cashmere

Il cashmere non è una lana pregiata: è un'altra fibra. Viene dal sottovello di una capra che vive dove l'inverno scende sotto i trenta gradi, si raccoglie a mano una volta l'anno, e ce n'è pochissima.

Tutto il resto — il prezzo, la leggerezza, la cura che chiede — viene da qui.

Dal Kashmir agli altopiani dell'Asia

Il nome viene da una valle dell'Himalaya, il Kashmir, dove da secoli si tessevano scialli sottilissimi. In Europa arrivarono fra la fine del Settecento e i primi dell'Ottocento e diventarono una moda: il nome è rimasto attaccato alla fibra, anche se le capre che la producono vivono molto più a nord.

Sono le capre Hircus (Capra hircus), sugli altopiani fra Mongolia, Cina settentrionale, Iran e Afghanistan. Per resistere a quel freddo hanno due manti: uno esterno, lungo e ruvido, che para vento e pioggia; e sotto, un sottovello finissimo che trattiene il calore.

Quel sottovello è il cashmere. Una capra ne produce pochissimo, e non c'è modo di produrne di più: è il motivo per cui questa fibra costa e costerà sempre.

Si pettina, non si tosa

La differenza sta tutta qui. La tosatura taglia via tutto insieme, manto esterno e sottovello. Il cashmere invece si pettina a mano, una capra alla volta, durante la muta naturale di primavera: il pettine raccoglie il sottovello che l'animale sta già perdendo e lascia il pelo lungo dov'è. Per una capra ci vuole fino a un'ora.

Poi la fibra va separata dai peli grossi rimasti, lavata e classificata per finezza, lunghezza e colore. Il bianco vale più degli altri per un motivo pratico, non di nobiltà: è l'unico che si può tingere in qualsiasi tonalità.

Una capra dà 150-250 grammi di fibra grezza all'anno, che dopo la pulitura si più che dimezzano. Per un solo maglione serve la raccolta di tre o quattro capre, una volta l'anno. È questo, prima ancora della lavorazione, a spiegare quanto costa il cashmere.

Il filato che compriamo

Il filato non lo facciamo noi: lo compriamo, e lo scegliamo per finezza e lunghezza della fibra. Più è fine e lunga, più il filato riesce sottile e allo stesso tempo resistente.

Il cashmere vergine che acquistiamo è certificato The Good Cashmere Standard®, lo standard della fondazione Aid by Trade nato per il cashmere della Mongolia Interna. Con controlli indipendenti verifica quattro cose: il benessere degli animali — come sono nutriti, curati, tenuti e pettinati —, la tutela del territorio, le condizioni di chi lavora negli allevamenti e la gestione aziendale. Il certificato vale dodici mesi e va rinnovato; maltrattamento degli animali, lavoro minorile o forzato e pesticidi vietati comportano l'esclusione.

Lo stesso filato è certificato OEKO-TEX® STANDARD 100, che riguarda una cosa diversa: l'assenza di sostanze nocive nel prodotto che poi ti metti addosso.

Non sono promesse nostre: sono verifiche fatte da altri. Su ogni capo, nella scheda prodotto, trovi scritto quale filato è certificato e con quale standard.

Come lo lavoriamo

Vergine o rigenerato?

Sul sito trovi tutti e due, e non sono la stessa cosa.

Il cashmere vergine è fibra alla sua prima vita: più lunga, più resistente, più morbida. Un capo tenuto bene ti accompagna per anni — e a fine vita è esattamente la materia da cui nasce un filato rigenerato.

Il cashmere rigenerato nasce da capi e ritagli che esistono già, quindi non chiede nuova materia prima. Ma la fibra ha già vissuto ed è più corta di una vergine: i pallini si formano un po' più facilmente, e il capo richiede quindi qualche attenzione in più nella cura.

Non c'è un vincitore, e diffidare di chi dice il contrario. Il rigenerato esiste perché esiste il vergine — senza fibra nuova da rigenerare, prima o poi il giro si ferma — e il vergine ha senso solo se il capo dura. Per questo lavoriamo con tutti e due, e su ogni capo diciamo quale hai davanti.

Il cashmere rigenerato

Le collezioni in puro cashmere

Maglie, dolcevita, cardigan, poncho, sciarpe, stole e accessori in 100% cashmere. Ideati, progettati e realizzati in azienda, a Prato.