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Dalle Piane Cashmere

La manifattura

Un capo di maglieria è buono o mediocre molto prima che una macchina si accenda. Si decide quando si sceglie il filato.

Tutto comincia dal filato

Il filato non lo produciamo: lo compriamo da filature altamente specializzate, aziende che fanno quel mestiere e basta, e proprio per questo lo fanno meglio di chiunque altro. Ma sapere quale filato comprare è a sua volta un mestiere, e in famiglia l'abbiamo imparato dal principio.

Prima del maglificio, infatti, c'era la filatura: quella del nonno Valter, dove la lana diventava filo e rocche. Da quegli anni viene l'occhio con cui ancora oggi si guarda una rocca prima di ordinarla — e la ragione per cui a volte ne scartiamo una che sulla carta sarebbe perfetta.

Non lavoriamo soltanto puro cashmere: a seconda del capo scegliamo il misto cashmere, il cotone, la lana e cashmere. E preferiamo i filati a due capi ritorti, più stabili al lavaggio e con meno pilling. Il punto non è prendere sempre il più pregiato, ma quello giusto per il capo che abbiamo in mente.

La maglia

Il capo nasce a pannelli: davanti, dietro, maniche, bordi, colli, ciascuno lavorato separatamente sulle macchine rettilinee. È la fase che in azienda si chiama smacchinatura.

Poi i teli si mettono da parte e riposano una giornata intera, perché la maglia riprenda il suo rientro naturale dopo le tensioni della lavorazione. È un giorno in cui non succede niente, e serve: un capo confezionato subito si muoverebbe dopo, addosso al cliente.

Poi cominciano le mani

Preparare una rimagliatrice è un lavoro da artista. Su una corona di aghi si infila il primo telo, punto per punto, con una pazienza che non si può avere di fretta; lo si parifica; e si continua con il secondo. Un punto alla volta, per tutta la lunghezza della cucitura.

È la fase più lenta di tutta la lavorazione, ed è quella che nessuna macchina ha ancora imparato a fare da sola. Se il rimaglio è fatto bene, la cucitura non si sente sotto le dita e chi indossa il capo non ci pensa mai. Se è fatto male, lo sente ogni volta che lo mette. È una di quelle cose che si notano solo quando mancano.

Lavaggio e stiro

Ogni capo passa dalla follatura, un lavaggio che apre la fibra e dà al cashmere la morbidezza con cui arriva in mano al cliente. È l'unica fase che non si fa in azienda: la affidiamo a una lavanderia specializzata, anche lei del distretto.

Lo stiro finale mette a posto tutto quello che viene prima: è il passaggio in cui il capo prende la forma che manterrà. Poi il controllo, e l'imbustatura.

Tutto resta nel distretto

Le lavorazioni avvengono in azienda oppure nei laboratori del distretto tessile pratese, a pochi chilometri da noi. Non è una scelta di risparmio, è il contrario: Prato lavora la lana dal 1200 e quelle competenze sono rimaste lì. Chi rimaglia, chi stira, chi lava sa fare quella cosa sola, da una vita, spesso da più di una generazione.

Avere il laboratorio a venti minuti di strada significa poterci passare mentre il lavoro è in corso, vedere il capo a metà, e correggere prima invece che dopo. A tremila chilometri di distanza un capo si può solo accettare o rifiutare quando è finito.

Cosa significa 100% Made in Italy

I nostri capi sono certificati TFashion, la certificazione di filiera rilasciata da Unioncamere. Attesta le lavorazioni: che il capo è ideato, progettato e realizzato in Italia, fase per fase, e non semplicemente cucito o etichettato qui alla fine di un percorso cominciato altrove.

Il cashmere grezzo viene dagli altopiani dell'Asia, come tutto il cashmere del mondo. Quello che è italiano è il capo: il disegno, la maglia, il rimaglio, la rifinitura. Preferiamo dirlo noi, chiaramente, piuttosto che lasciarlo intuire.

È una distinzione che sull'etichetta non si vede, ma che fa tutta la differenza fra un marchio italiano e un capo italiano. Il filato lo scegliamo noi, il capo lo facciamo noi, e ogni mano che lo tocca lavora entro pochi chilometri da qui.

Tre generazioni, un solo mestiere

Dalla filatura del nonno Valter al maglificio aperto nel 1988, fino al marchio nato nel 2001, la famiglia Dondini fa la stessa cosa da tre generazioni: prendere un filo e farne un capo che duri. Cambiano le macchine, cambiano i capi, cambia il modo di venderli. Il mestiere no.